
Ancora una donna uccisa. Ancora un femminicidio che scuote l’Italia. Questa volta è successo a Messina, dove Daniela Zinnanti, 50 anni, è stata uccisa con decine di coltellate nella sua casa. A colpirla sarebbe stato l’ex compagno, Santino Bonfiglio, 67 anni.
Una tragedia che sta facendo esplodere la rabbia sui social e nell’opinione pubblica per un dettaglio che lascia molti senza parole: l’uomo era agli arresti domiciliari per reati contro la persona.
Secondo le prime ricostruzioni, l’uomo si sarebbe presentato a casa della donna per parlare e tentare di riaprire la relazione. Al rifiuto di lei, avrebbe impugnato un coltello colpendola ripetutamente.
A trovare il corpo è stata la figlia della vittima, che si è sentita male davanti alla scena ed è stata portata in ospedale. Ma ciò che sta scatenando la polemica è proprio la situazione giudiziaria dell’uomo.
Bonfiglio infatti era già sottoposto agli arresti domiciliari per violenza e minacce.E allora la domanda che molti si stanno facendo è brutale quanto semplice:com’è possibile che una persona ai domiciliari possa comunque arrivare fino alla porta della sua ex e ucciderla?
Ogni volta che accade un femminicidio si riapre la stessa discussione. Si parla di prevenzione, di braccialetti elettronici, di controlli più rigidi, di leggi più dure. Poi però arriva un altro titolo di cronaca. Un’altra donna. Un’altra storia che finisce nello stesso modo. E la sensazione che cresce, soprattutto tra molte donne, è quella di una paura che non passa mai.
Perché ogni volta che emerge che c’erano denunce, aggressioni o precedenti, la domanda diventa inevitabile: si poteva evitare?
Sui social il clima è rovente. C’è chi chiede pene durissime, chi chiede controlli molto più severi sugli uomini violenti, chi denuncia un sistema che – secondo molti – interviene troppo tardi.
Nel frattempo, un’altra famiglia piange una vittima. E in Italia si riapre ancora una volta lo stesso dibattito:quante tragedie devono accadere prima che una donna che ha paura venga davvero protetta?
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