C’era una volta il ragazzo che prometteva di cambiare la politica italiana. Oggi quel ragazzo vive nei corridoi della diplomazia internazionale e guadagna più di molti ministri europei.

Il protagonista è Luigi Di Maio, l’ex capo politico del Movimento 5 Stelle, l’uomo che per anni ha parlato di “casta”, privilegi e politica da rivoluzionare. Oggi la storia sembra essersi ribaltata. Dopo aver guidato il Movimento, essere stato vicepremier e ministro degli Esteri, Di Maio è finito lontano dalla politica italiana ma non certo lontano dal potere.

Dal 2023 ricopre infatti il ruolo di inviato speciale dell’Unione Europea per il Golfo Persico, una posizione diplomatica strategica in una delle aree più delicate del mondo tra petrolio, Iran e tensioni militari. E mentre il Medio Oriente è attraversato da crisi geopolitiche e guerre sempre più pericolose, proprio lui – l’ex volto della protesta anti-sistema – rappresenta Bruxelles nelle trattative con le monarchie del Golfo. Lo stipendio che fa discutere, il dettaglio che sta facendo infuriare molti italiani riguarda soprattutto il compenso. Per questo incarico europeo Di Maio percepisce circa 13-16 mila euro netti al mese, a cui si aggiungono rimborsi, staff e benefit diplomatici.

Una cifra che, su base annua, può superare i 300 mila euro, con passaporto diplomatico e missioni internazionali pagate dall’Unione Europea. Non proprio l’immagine del politico “anti-casta” che molti elettori del Movimento avevano votato.

La domanda che molti si fannoLa sua carriera è sempre stata discussa. Di Maio non ha una laurea e in passato lavorava come steward allo stadio e commesso. Poi l’ingresso in politica con i 5 Stelle, l’ascesa rapidissima, il governo, la rottura con il Movimento e infine l’approdo nella diplomazia europea.Per alcuni è la dimostrazione che la politica può portare chiunque ai vertici.

Per altri è l’esempio perfetto di come il sistema che si prometteva di distruggere finisca spesso per premiare gli stessi protagonisti.Il paradosso della politica italiana

C’è chi lo difende: ex ministro degli Esteri, esperienza internazionale, contatti diplomatici. Ma c’è anche chi ricorda le promesse di una politica “diversa”, quella che doveva spazzare via privilegi e carriere costruite nelle istituzioni.

E così oggi la domanda rimbalza sui social e nei bar: il simbolo della rivoluzione politica italiana è diventato, alla fine, un perfetto prodotto del sistema che voleva combattere?

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